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Tagliacozzo Alberta (Napoli) - RACCONTO FANTASTICO: LA DAMA IN ROSA

 

Noi siamo l’iguana rosa. Mi do del “noi” perché non è piacevole essere sole.
Siamo sole da quando ci siamo estinte quasi tutte e noi siamo rimaste le ultime, ma ce ne siamo accorte da poco e racconteremo come.
Fino a ieri ero ancora me stessa, un rettile spensierato, intorno a me era tutto caldo, piacevolmente umido, mi nascondevo tra cactus colmi di fichi d’india, acacie, palo santo e fuggivo qualsiasi cosa nel raggio di miglia e miglia; era una VITA noiosa ma non consiglio a nessuno troppe emozioni in un giorno solo.
Finchè, stamattina , mi sono svegliata in una scatola grigia e fredda mentre un faccione rosso e agitato mi fissava.
Mi sono spaventata a morte e ho lanciato un urlo. Ho continuato a singhiozzare per almeno cinque minuti mentre lui si copriva le orecchie. Emetteva squittii acuti perforanti e farneticava.
“E’ SOPRAVVISSUTA ALL’ESTINZIONE!!! E’ SOPRAVVISSUTA!!! ”
Mi ha agguantato per la gola e sembrava volesse abbracciarmi.
“ED E’ BELLA! IN CARNE!” Mi ha tirato la coda e ho strillato disperata.
Poi improvvisamente ha smesso di urlare e, assumendo un’ aria circospetta, ha sussurrato:
“Nessuno deve saperlo. Capito?” Mi ha fissato con uno sguardo di fuoco e ho giurato tra me che non avrei parlato.
La sua manaccia mi ha afferrata con decisione; era grassoccia, scivolosa e puzzolente di sudore. Mi ha infilato in un fodero di peluche e ha sogghignato: “Sarai la mia borsa dell’acqua calda, nessuno deve vederti, né sentirti. Oggi partiremo per il mio studio a Los Angeles, non c’è tempo per tornare in Francia, intanto ti racconterò un sacco di TEORIE su come ti sei estinta.”
Non sapevo e ancora ora non so dire, per quanto ci abbia pensato, che ANIMALE egli fosse. Ne avevo visti pochi di esseri a due zampe, ognuno con la sua dignità, ma quel grassone con la faccia da porcello mi terrorizzava. Non avevo grande esperienza di difesa personale e per un momento, desiderai di aver partecipato ad un corso di SOPRAVVIVENZA.
Fortunatamente non soffro di cuore, ma quelle poche ore di viaggio esaurirono le mie forze.
Mi teneva stretta come se fossi davvero il suo pupazzetto e quasi non respiravo. Intanto blaterava di come negli anni ’80 la mia specie fosse stata avvistata per la prima volta alle pendici del vulcano Wolf, su di un’ ISOLA, Isabela, che non avevo mai sentito nominare, nell’arcipelago delle Galapagos; nel 2003 erano stati contati  36 esemplari della mia specie ma già dieci anni più tardi, nell’attuale 2013, non ne era rimasto nessuno. Dopo avermi sommerso con un fiume di parole si interrompeva, guardandosi intorno ancora più sospettoso come se, con i suoi gridolini acuti ed il perpetuo gesticolare, temesse di attirare l’attenzione. Tutti mormoravano infastiditi, chiamavano la hostess, imprecavano a bassa voce, si lamentavano con il vicino e stringevano alleanze solidali contro il francese panzone. Mi vergognavo per lui e mi nascondevo ancora di più in quel fodero morbido e appiccicoso; ero stupida ma non maleducata… forse la nostra RAZZA non era intelligente, ma eravamo ragionevoli quanto bastava per sopravvivere fino al 2013.
Quell’ essere che mi strapazzava avrebbe certo dovuto estinguersi prima di me, invece era stato lui a cacciare noi, purtroppo, e non il contrario.
Aveva la bocca perennemente aperta, anche in quei pochi secondi di silenzio che facevano da intervallo alla sua infinita parlantina; quando il chiasso cessò, pensai di aver raggiunto un attimo di pace. Poi la sua boccuccia spalancata emise dei boati spacca timpani che mi fecero rizzare la cresta. Sono così sensibile agli sbalzi di umore e temevo che non sarei più riuscita a tirarla giù.
Si era addormentato e russava come un trombone, senza alcuna pietà per le mie povere orecchie.
La hostess accorse urlando contrariata: “MI SCUSI SIGNORE, LA PREGO, SIAMO IN UN LUOGO PUBBLICO!” Il baccano era tale che le parole della donna quasi scomparivano nei ruggiti del francese. Sentii degli scossoni feroci e fui sbattuta più volte contro il pancione grasso del dormiente finchè non lanciai un verso strozzato e questo riscosse l’uomo. Rimbombò un lungo ululato, rivolto alla povera sfortunata: “COSA HA FATTO! LEI NON HA SENTITO NIENTE! FARO’ CAUSA AD AIRFRANCE!”
La donna balbettò le proprie scuse, poi ribadì che per il rispetto della quiete pubblica, era necessario mantenere basso il tono e si allontanò. Pochi minuti dopo annunciarono l’atterraggio imminente.
 
A terra il clima era caldo e afoso e questo mi tranquillizzò, mi sentivo a casa ma la vista mi angosciava. C’erano enormi rettangoli grigi altissimi che apparivano tutti uguali e mi davano la nausea; una corteccia dura cinerea ricopriva ogni singolo metro quadrato di terreno e l’aria era piena di fumi, mi lacrimavano gli occhi; rombi tonanti mi stordivano mentre gli alberi e i profumi erano radi, come ricordi lontani. Era il mio inferno privato, mi sentii veramente estinta.
Le mostruosità che avevo appena conosciuto ancora affollavano la mia mente quando venni scaraventata su di un tavolo e agitai la testa cercando disperatamente un nascondiglio.
Solo qualcosa mi scosse improvvisamente, sotto forma di quella vocetta stridula che avevo cominciato ad odiare.
“BENVENUTA A CASA, MIA DELIZIOSA CONOLOPHUS ROSADA!”
Sollevai la testa indignata. Che nome ributtante. Mi ricordava un vegetale cresciuto sottoterra, un tubero. Il mostro continuò imperterrito: “Farò un clone di te…avrai un compagno, una cucciolata…e non sarai più SOLA!”
Quella verità mi colpì senza pietà. Ero sola. Lo ero sempre stata e non me ne ero mai accorta.
In quel momento mi sentivo così piccola, abbandonata e schiacciata dalla mia solitudine in balia di un pazzo che progettava i dettagli della GENERAZIONE futura,  mia e quella di un pezzo di metallo o di qualche altra diavoleria ARTIFICIALE.
Sentii un bisogno istintivo di calore e affetto ma intorno a me era tutto morto.
Poi, ebbi un’illuminazione e, all’improvviso, non ero più sola! Potevo riprendere a darmi del “noi”.
 Cominciammo a strisciare per l’appartamento con borbottii rauchi , intanto l’uomo si infiammava sempre di più: “Ricreerò la tua SPECIE, diventerete tantissimi! Infiniti!”
Ci cacciammo sotto i tavoli, mettemmo becco dappertutto e alla fine dopo un’attenta esplorazione, ci accorgemmo di avere fame. Non c’era niente in quella stanza che ricordasse un frutto o, almeno, un arbusto verde, tanto meno il mio cibo preferito, un insetto succulento. Era tutto grigio e le urla del francese erano diventate un sottofondo: la fame ci appannava i sensi.
Improvvisamente vedemmo dei fiori dai colori un po’ appassiti fare capolino nel grigio: erano davanti a noi e non indugiammo. Corremmo il più velocemente possibile ma cozzammo contro una superficie invisibile.
Non eravamo nello stesso spazio, era un altro muro. Allora ci infuriammo e cominciammo a battere violentemente la testa contro il vetro. Terrorizzato, il pazzo ci corse incontro per acchiapparci ma inciampò nelle nostre zampe. Volò attraverso la parete di vetro invisibile e lo vedemmo svanire, risucchiato sempre più in basso.
Potemmo finalmente succhiare i fiori invitanti e ci addormentammo sul freddo balcone di cemento.
 
 
Misterioso incidente a Los Angeles
Un uomo precipita dal balcone di casa, un testimone afferma:
“C’era una creatura con lui, sembrava un piccolo dinosauro rosa.”
 
 
Alberta Tagliacozzo
V H ginnasio
Liceo Umberto I - Napoli
INSEGNANTE: Carmen Ziviello