Elaborati Scuole Superiori

Polegri Erica (Viterbo) - NAVIGANDO TRA REALTĂ€ E INFINITO

 

OSSERVARE il mare da bambina era per me un po’ come accarezzare l’infinito.
Attraverso i miei occhi ingenui vedevo le onde farmisi vicine; provavo allora a toccarle, ma non appena tendevo le mani in avanti per raggiungerle ecco che già si erano allontanate, andandosi a ricongiungere con quell’immensa distesa dorata.
Dorata perché avevo l’abitudine di osservare il mare al tramonto, quando le sue acque emulavano le sfumature del cielo e si tingevano a loro volta di colori caldi ed avvolgenti. Acque sulle quali i raggi ormai sbiaditi del sole si riflettevano, scintillando. Ne derivava un EFFETTO che non riuscivo bene a descrivere.
Quel mare non era mai IDENTICO al giorno prima e di volta in volta provavo un’emozione in più nel contemplarlo. Forse perché, data la mia età, CONSERVAVO ancora quella vivida capacità di sognare e di immaginare, che spesso si perde con il tempo, quando da adulti ci si ritrova a fare i conti con una VITA frenetica e materialista che finisce molte volte per mettere un guinzaglio ai sentimenti più ingenui e puri.
Quando entrai nel periodo dell’adolescenza persi ogni FORMA di spensieratezza. Iniziai ad interrogarmi sul senso della mia esistenza, cominciai ad ANALIZZARE i comportamenti del mio cuore e mi sforzai ripetutamente di capire le CAUSE del mio malessere interiore.
L’ultima volta che mi misi seduta sulla sabbia ad ascoltare il rumore delle onde fu a diciott’anni. Dovevano essere circa le sette di sera. Il vento leggero si divertiva a scompigliarmi dolcemente i capelli.
Sentii all’improvviso come se qualcuno mi stesse guardando. Eppure pensavo di essere da sola… Mi voltai e vidi in piedi dietro a me un vecchio uomo. Lineamenti marcati, barba canuta, capelli trascurati. Non lo avevo mai incontrato prima pur frequentando quelle rive sin dall’infanzia. Mi chiese se mi piaceva il mare. Sorrisi ed annuii. Mi domandò allora se avessi voglia di fare un giro in barca ed io accettai senza esitare. Fu una scelta folle fidarmi di una persona che non avevo mai incontrato prima, ma era come se io e lui ci conoscessimo da sempre…era come se attraverso le sue parole fosse il mare a parlare. Camminammo lungo la riva per qualche decina di minuti e mentre muovevo i miei passi tra la sabbia riflettevo sulla comparsa di quell’INDIVIDUO. Così bizzarro, così incredibilmente misterioso. Continuai a seguirlo fino a giungere nel luogo in cui era custodita la sua barca. Una piccola insenatura in cui gli scogli gettavano uno sguardo sul mare e le rocce ai loro piedi erano levigate dal continuo movimento delle onde. La barca era lì, un po’ in disparte, pronta ad iniziare una nuova navigazione. Il cielo nel frattempo aveva abbandonato le sue tinte vivaci per lasciare spazio ai colori meno luminosi della sera. Il legno sfiorava le acque oscillando, diretto verso quello stesso orizzonte che solevo ammirare sin da bambina.
Ripescai così il ricordo dell’infinito. Era la sensazione che mi aveva da sempre suggerito il mare. Sospirai. Il marinaio continuava a tacere, e nel suo silenzio aveva anch’esso gli occhi volti all’orizzonte. Sotto una timida e debole luna proseguimmo quel viaggio, allontanandoci da quelle rive a cui non feci mai più ritorno. Il profilo della barca si confuse presto con le ombre della notte. L’infinito è il limite della SCIENZA, esso è la follia, l’inspiegabile, il regno dell’immaginazione, esso è tutto ciò che non riusciremo mai a descrivere.
 
Erica Polegri
18 anni
Classe V F
Liceo scientifico statale "Paolo Ruffini" - Viterbo
INSEGNANTE (materie letterarie): Rossana Moncelsi
INSEGNANTE (materie scientifiche): Alessandro Ercoli